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November 29 Condom È blasfemo che milioni di persone muoiano ogni anno in Africa di AIDS
anche perché la Chiesa condanna l'uso del preservativo. Il condom a
quanto pare è contro gli insegnamenti di Cristo. Anche se Cristo non ne
ha mai parlato, se non per lamentarsi del fatto che si rompono
facilmente durante il sesso anale. November 23 Veramente noi stessi.Tratto da Noantri Mi manco. Voglio dire: ho mancanza di me stesso. E’ abbastanza egocentrico, questo? Mi succede spesso, di mancarmi, quando passo del tempo da solo, lontano da tutti. Non serve andare in Africa, per una cosa così. O in Polonia. O su Alpha Centauri, che so io. Mi basta un piccolo spostamento che subito mi manco, poi, al rientro. All’atterraggio, chiamatelo un po’ come vi pare. L’altro giorno, per esempio, guidavo attraverso l’Italia, destinazione Bologna. E in macchina mi accorgevo, procedendo sull’asfalto, di stare proprio bene lì dentro, in compagnia di me stesso. Non so voi, ma credo che godere della compagnia di se stessi sia un grande passo verso la serenità. E’ un po’ come quella cosa della luna, lì, chi era?, Armstrong o vattelapesca, il piccolo passo per l’uomo e il grande passo per l’umanità eccetera eccetera, ecco, è la stessa cosa, non è che ci voglia questa grande scienza per stare da soli, uno da solo basta che ci sta, si mette lì e, niente, sta da solo, a fare quello che deve fare, il punto è: ci riuscite voi a stare bene come ci sto bene io, da solo? Secondo me no. Non che voglia farmi gli affari vostri, però imparare a stare bene con se stessi dovrebbe essere considerato un passaggio fondamentale della vita di tutti, come la pubertà, la vincita del primo scudetto, la prima mano infilata sotto l’elastico di una mutanda altrui, ecco, quindi sono sicuro che se voi sapete stare bene da soli, come io ci so stare, allora lo capite quanta importanza ha, questa cosa qui. Così adesso mi manco. Perché se c’è qualcuno che non può esserci quando siamo in compagnia di altri, questo qualcuno è rappresentato proprio da noi stessi. Per quanto riusciamo ad essere cristallini, sinceri, coerenti, non esiste l’essere umano in grado di rimanere perfettamente se stesso in compagnia di terze persone. Ipocrisia a parte, ovviamente. Ci vuole poco a dire, anche sottovoce, sussurrato nell’orecchio della persona amata, per esempio, ehi tesoro, questo sono io al 100%, mi sto dando a te con l’inevitabilità di un riflesso nello specchio. Stronzate. La verità sta da un’altra parte. Nessuno di noi è se stesso davanti a un’altra persona. Noi siamo noi, veramente noi, assai raramente. Un momento prima di addormentarci, per esempio. Quando siamo nel letto, da soli, e fuori sono le tre di notte e ci sono dei pensieri che non si possono nominare nella testa. E’ lì che siamo noi stessi, senza se e senza ma. Quando galleggiamo, ecco. Non è detto che si riesca ad essere noi stessi neppure quando siamo veramente da soli. Guidando, per esempio, verso Bologna, ogni volta che superavo una macchina, o che venivo superato io, mi veniva in mente, mi passava per il cervello, che stava arrivando qualcuno che poteva guardarmi, osservarmi, e questo stesso pensiero mi faceva cambiare posizione sul sedile, mi faceva desistere da qualsiasi velleità da mani nel naso, questo stesso pensiero minava definitivamente la mia capacità di essere davvero me stesso. Ci sono però dei momenti, anche durante un viaggio solitario in macchina, dei piccoli momenti in cui si può arrivare vicino ad essere se stessi in toto, senza dipendenze. Non so se ci avete mai fatto caso a quella specie di risucchio che si sente ogni volta che con la vostra piccola automobilina vi azzardate a superare quei giganteschi, biblici, camioncioni a cento ruote. Non so esattamente cosa succeda, ma credo sia una questione di spostamento d’aria o roba simile: quello che conta è che in quel frangente esatto a uno gli viene di stringere un po’ più forte il volante, tipo che le nocche gli si schiariscono tutte, perché sembra sempre che stia per succedere qualcosa di orribile, di catastrofico. Un incidente mortale e compagnia bella. E’ un istante. Non si riesce a quantificare. E’ un istante solo, in cui arriva questo risucchio e la macchina sembra sollevarsi da terra di mezzo millimetro e le ruote girare a vuoto per un millisecondo: quello è il risucchio di cui sto parlando ed è proprio in un momento come quello, secondo me, che se potessimo fotografarci, ecco, allora sì che potremmo dire di essere noi stessi senza interferenze. E’ difficile, questo intendo, difficilissimo, poter affermare di essere veramente noi stessi. Perciò, credo, ci risulta spesso e volentieri molto complicato avere a che fare con noi stessi. Perfino adesso, che è notte, e sono solo, in camera mia, dopo una bella giornata e una bellissima serata, a scrivere, se dicessi che sono da solo con me stesso, col vero me stesso, direi una puttanata. Io, ora che scrivo, è ai potenziali lettori che sto pensando. Quello che voglio, ora come ora, mentre scrivo, una parola dopo l’altra, è di fare la figura migliore possibile, di scrivere nella maniera più decente possibile, tenendo presente l’orario, la stanchezza e via dicendo. Perciò non sono me stesso. Sarò esattamente me stesso tra una ventina di minuti, quando starò per chiudere gli occhi e di voialtri non me ne fregherà un beneamatissimo cazzo. Tornando a bomba, comunque, adesso mi manco. Adesso che il “viaggio” è finito e sono tornato e non ho più tante occasioni per stare solo con me stesso, mi manca quel tizio lì, cioè io, perché ormai, durante le giornate, è diventato veramente difficile, se non impossibile, incontrare gente e situazioni che prendono e, niente, ti fanno venire voglia di stringere il volante un po’ più forte del necessario. November 17 Leggendo qua e là... Fu un vero raccoglimento quegl'istanti rari che l'avara vita concede,
di vera grande oggettività in cui si cessa finalmente di credersi e
sentirsi vittima. In mezzo a quel verde rilevato tanto deliziosamente
da quegli sprazzi di sole, seppi sorridere alla mia vita ed anche alla
mia malattia. La donna vi ebbe un'importanza enorme. Magari a pezzi, i
suoi piedini, la sua cintura, la sua bocca, riempirono i miei giorni. E
rivedendo la mia vita e anche la mia malattia le amai, le intesi!
Com'era stata più bella la mia vita che no quella dei cosiddetti sani,
coloro che picchiavano e avrebbero voluto picchiare la loro donna ogni
giorno salvo in certi momenti. Io, invece, ero stato accompagnato
sempre dall'amore. Quando non avevo pensato alla mia donna, vi avevo
pensato ancora per farmi perdonare che pensavo anche alle altre. Gli
altri abbandonavano la donna delusi e disperando della vita. Da me la
vita non fu mai privata del desiderio e l'illusione rinacque subito
intera dopo ogni naufragio, nel sogno di membra, di voci, di
atteggiamenti più perfetti. November 11 L'(in)esistenza di DioIo non sono credente. Recentemente mi è stata fatta notare la mia posizione assunta nei confronti di coloro che lo sono e il mio grado limitato di sopportazione che spesso sfoggio. Proviamo a dimostrare perché mi comporto in questo modo. «Affirmanti incumbit probatio»: già i latini sostenevano che «la prova tocca a chi afferma». L’onere della prova è dunque sulle spalle del credente. È lui che afferma l’esistenza di una o più divinità, e tocca quindi a lui dimostrarla. Il non credente afferma che esiste l’universo, il credente afferma che esiste l’universo e, in aggiunta, Dio. Bene, spiegare il perché di quell’aggiunta è suo compito. Un paragone può essere fatto con le cause in tribunale: se io accuso qualcuno di aver compiuto un delitto, sono io che devo portare le prove a sostegno di questa accusa, altrimenti sarò a mia volta denunciato per diffamazione; se valesse il contrario, tutti accuserebbero tutti e impererebbe il caos. Prima ancora, il credente deve anche spiegare quale particolare concetto di Dio sostiene, perché esistono decine di migliaia di concetti di divinità. Non solo non esiste il tempo materiale per confutarli tutti, ma lo stesso credente dovrebbe, per coerenza, a sua volta confutarli tutti tranne il suo. Del resto, se l’onere della prova non fosse a carico degli affermanti, costoro dovrebbero parimenti essere capaci di dimostrare anche l’inesistenza di tutti gli esseri immaginari concepiti dalla mente umana (dall’unicorno ai vampiri a Nonna Papera), e la falsità di tutte le pretese più fantasiose degli stessi esseri umani (come chi sostiene che gli asini volino). È quindi interesse dei credenti farsi carico dell’onere della prova. Talvolta rispondono che l’incapacità di dimostrare che qualcosa non esiste non significa necessariamente che non esiste. Vero. Ma vale anche il contrario: se i credenti sono incapaci di dimostrare che un dio esiste, potrebbe voler dire che probabilmente non esiste. Infine: se non esistono prove possono comunque esserci pesanti indizi. Se apro il frigo e non vi trovo alcuna giraffa, senz’altro non ho alcuna prova che una giraffa non sia mai entrata nel frigo, ma ho sufficienti evidenze (le dimensioni della giraffa rapportate al frigo, l’assenza di impronte lasciate dalla giraffa) che mi portano a considerare valida tale tesi. Potrei ora elencare infinite dimostrazioni sostenute dai credenti e smontate ovviamente dall'evidenza e dal buon senso, ma siccome odio fare filosofia spicciola, chi ne volesse parlare mi contattasse pure.. per ora riporto solo una delle tante presunte dimostrazioni e la sua relativa smentita: i miracoli. Forse è l'esempio più banale, ma rende perfettamente l'idea di un modo di pensare non obiettivo che viene assunto dalla maggioranza della popolazione. I MIRACOLI LA TESI. I miracoli possono essere considerati prove dell’esistenza di Dio. Per i cristiani, i miracoli terreni di Gesù, figlio di Dio, sono una delle motivazioni per cui credono. LA REPLICA. Nessun miracolo è mai stato verificato e/o ripetuto in condizioni controllate, men che meno quelli di Gesù, di cui non esiste alcuna testimonianza storica di chi vi avrebbe assistito. Inoltre, come notò Hume, se nessuna testimonianza umana può provare un miracolo, alla stessa stregua dovremmo rifiutare ogni testimonianza di chi sostiene di aver ricevuto una rivelazione divina direttamente da Dio. Infine, nel caso di Gesù l’argomento si trasforma in un circolo vizioso: se i miracoli devono essere la prova che Gesù era figlio di Dio, allora la tesi che Gesù era il figlio di Dio non può essere usata per provare i suoi miracoli. November 04 Quando è morto mio nonno Quando ho saputo che era morto mio nonno la prima cosa che ho pensato è stato "Oh cazzo, chissà quanto dura un funerale." Dovete sapere che andare a messa, per me, è sempre stato uno strazio. E non credo di essere l'unico a pensarla così, tranne forse qualche giovane seminarista di belle speranze e qualche pia donna di chiesa convinta che leccare il culo al parroco serva a garantirti un posto di prima classe per il paradiso. La propaganda religiosa che ci viene sbattuta in faccia sin da piccoli è così solida e persistente che a suo confronto le infinite pubblicità della coca cola sembrano stronzate di poco conto. Dio e il suo figliol Gesù sono ovunque, non c'è scampo. Come si può sperare di sfuggire alla religione cattolica? Una religione che ha (apparentemente) una risposta per tutto? Ho il cancro. Morirò tra due mesi. Perché? Perché Dio ti vuole accanto a sé nel Regno dei Cieli. Hanno stuprato mia madre. Lei per lo shock non è più la stessa. Perché? Beata tua madre, perché gli oppressi erediteranno il Regno dei Cieli. Anche oggi nel mondo sono morte migliaia di persone a causa di guerre, carestie e malattie. Perché? Dio opera per vie misteriose. Mi si è bucata la ruota della macchina. Perché? Dio ti aveva avvertito di portarla a fare la revisione entro la fine del mese. Crescendo, la maggior parte delle persone si rende conto che la religione è spesso e volentieri una palla al piede. Questi individui continuano a dichiararsi cattolici, solo per togliersi dalle palle la gente che ci tiene a saperlo e per scacciare via i sensi di colpa ogni volta che viene tirato in ballo l'argomento fede. Uomo comune: Forse dovrei andare a messa questa domenica. Vocina interiore: hai intenzione di svegliarti alle otto di mattina di domenica solo per stare in piedi per un'ora ad ascoltare un vecchio che parla di cose dette e ridette migliaia di volte e alle quali comunque non presteresti attenzione? Uomo comune: ok ok mi avevi già convinto quando hai detto otto di mattina. Se è appurato il fatto che molte persone si discostano da Dio col passare del tempo, è altrettanto vero che queste persone ritornano precipitosamente tra le braccia della fede quando arriva il momento di affrontare una perdita grave in famiglia o un brutto avvenimento nella propria vita. Ad esempio la perdita di un genitore o di un figlio o il sopraggiungere di un cancro al cervello; tutti questi sono ottimi pretesti che spingono un uomo a riabbracciare la fede cristiana. Uomo: mio Signore, ti prego, accogli la tua amata figlia Elisa nel tuo regno di gloria, dove rimarrà per l'eternità tra gli angeli del paradiso. Dio: Toh, guarda un po' chi si vede.. dov'eri finito in questi ultimi anni, stronzo! Uomo: mio Signore, io... Dio: non fare il leccaculo ora! L'unica certezza che rimane a noi poveri mortali è quella di non poter conoscere in alcun modo quello che ci sarà dopo la morte. L'importante, comunque, è non cadere in buco: una morte da stronzo rimane sempre una morte da stronzo, anche in paradiso. November 02 Le Retribuzioni Perverse dell’Universita’ Italiana di
Roberto Perotti
, Andrea Ichino
, Giovanni Peri
e Stefano Gagliarducci
27.06.2005 Adesso leggete come stanno le cose... Contrariamente ad una
interpretazione diffusa, un’ analisi corretta dei dati bibliometrici
rivela che la qualità della produzione scientifica Italiana e’ modesta.
Ma la leggenda secondo cui in media i docenti italiani siano poco
produttivi perché poco pagati in media non ha fondamento. E’ vero però
che il sistema italiano premia generosamente l’ anzianità,
indipendentemente dalla produttività, generando incentivi perversi,
allontanando i talenti, e lasciando poche risorse per i ricercatori
giovani e più produttivi. Il contributo termina con una proposta di
riforma a costo zero che modifichi profondamente il sistema di
incentivi attuali.
La "fuga dei cervelli"
dall’Italia ha recentemente trovato spazio nelle prime pagine dei
quotidiani ed è stata ampiamente confermata da numerose analisi
statistiche. Tuttavia, ciò che forse dovrebbe fare riflettere
maggiormente è che quasi nessun ricercatore straniero è attratto dal nostro paese.
Nei corsi di Dottorato Italiani soltanto il 2% degli studenti proviene
dall’estero e, in tutto, meno di 3,500 persone provenienti da altri
paesi dell'Unione Europea lavorano nel settore scientifico-tecnologico
in Italia. Nel Regno Unito (e risultati simili valgono per altri paesi
europei) il 35% degli studenti nei corsi di Ph.D. sono stranieri e piu’
di 42,000 cittadini della U.E. (non Britannici) lavorano come
ricercatori in quel paese. Produttivita’ Scientifica dei Ricercatori Italiani La prima e la seconda colonna
della Tavola 1 mostrano il numero medio di pubblicazioni e di citazioni
per ricercatore (nei settori di Scienza e Ingegneria) durante il
periodo 1997-2001 (i dati sul numero dei ricercatori si riferiscono al
1999). L’Italia risulterebbe avere un rapporto "pubblicazioni / ricercatore" e "citazioni / ricercatore" tra i piu’ alti in assoluto (si
vedano le colonne 1 e 2 della Tavola 1). Questi risultati,
apparentemente incoraggianti, sono stati ampiamente citati nella stampa
italiana, in particolare nella risposta del ministro Moratti ad un
articolo di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 22 Novembre
2004. C’è tuttavia qualcosa di strano in questi dati: gli Stati Uniti
appaiono agli ultimi posti di questa classifica – un risultato assai
implausibile. Il mistero è facilmente svelato: la definizione
di ricercatore include una varietà di figure professionali, ma le
pubblicazioni scientifiche provengono per la maggior parte da una sola
di queste figure: i ricercatori accademici. Essi sono una maggioranza
nei paesi sud europei inclusa l’ Italia, ma sono una minoranza (e molto
piccola negli Stati Uniti) in quasi tutti gli altri paesi. Quando al denominatore usiamo i ricercatori accademici l’Italia ha rapporti "pubblicazioni / ricercatore" (colonna 4) e "citazione / ricercatore" (colonna 5) ben inferiori agli USA, ma anche a Regno Unito, Olanda e Danimarca.
Retribuzioni Il sistema retributivo italiano ha tre caratteristiche. Primo, la progressione retributiva dipende quasi esclusivamente dall’ anzianità di servizio:
all'interno di ciascuna categoria di docenza (Ricercatore, Associato,
Ordinario), la produttività è completamente irrilevante per la
determinazione del salario. Le analisi di Daniele Checchi (1999) di
Roberto Perotti (2002) mostrano chiaramente che il numero di
pubblicazioni ha un’influenza marginale nelle decisioni di promozione
di categoria. Secondo, il profilo temporale della progressione salariale è molto "ripido":
si guadagna poco a inizio carriera, ma l’ anzianità viene remunerata
molto bene. Consideriamo un giovane che diventi ricercatore a 25 anni,
associato a 35 anni e ordinario a 45 anni: tra inizio e fine carriera
il suo salario aumenta di un fattore pari a 5, sostanzialmente per effetto della sola anzianita’ (vedi Tabella 2). Proposte per una Riforma La causa principale dei
problemi dell’ università italiana non è dunque la mancanza di fondi,
bensì l’esistenza di meccanismi sbagliati di distribuzione delle
risorse. Le nostre proposte sono quindi volte a modificare il sistema
di incentivi in modo che, a parità di risorse, nell'accademia italiana
venga premiata l'eccellenza scientifica secondo parametri condivisi
dalla comunità internazionale. Il nostro lavoro "Lo Splendido
Isolamento dell’ Università Italiana" discute queste proposte in
maggiore dettaglio. Tabella 1. La produttività e la qualità dei ricercatori italiani
Da Gagliarducci, Ichino, Peri e Perotti (2005). Tabella 2. Distribuzione dei salari accademici in Italia
Da Gagliarducci, Ichino, Peri e Perotti (2005). Tabella 3. Distribuzione dei salari accademici negli Stati Uniti
Da Gagliarducci, Ichino, Peri e Perotti (2005).
Bibliografia:
Checchi, D., 1999, Tenure. An Appraisal of a National Selection Process for Associate Professorship, Giornale degli Economisti ed Annali di Economia, 58 (2), 137-181. Gagliarducci S., A. Ichino , G.Peri e R. Perotti (2005) "Lo Splendido Isolamento dell’ Universita’ Italiana" Working Paper, Fondazione Rodolfo De Benedetti, Milano, www.igier.uni-bocconi.it/perotti. Kalaitzidakis P., Stengos T. e Mamuneas T.P., 2003, Rankings of Academic Journals and Institutions in Economics, Journal of the European Economic Association, 1 (6), 1346-1366.
Perotti, R., 2002, The Italian University System: Rules vs. Incentives, www.igier.uni-bocconi.it/perotti |
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