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    November 29

    Condom

    È blasfemo che milioni di persone muoiano ogni anno in Africa di AIDS anche perché la Chiesa condanna l'uso del preservativo. Il condom a quanto pare è contro gli insegnamenti di Cristo. Anche se Cristo non ne ha mai parlato, se non per lamentarsi del fatto che si rompono facilmente durante il sesso anale.
    November 23

    Veramente noi stessi.

    Tratto da Noantri

    Mi manco
    . Voglio dire: ho mancanza di me stesso. E’ abbastanza egocentrico, questo? Mi succede spesso, di mancarmi, quando passo del tempo da solo, lontano da tutti. Non serve andare in Africa, per una cosa così. O in Polonia. O su Alpha Centauri, che so io. Mi basta un piccolo spostamento che subito mi manco, poi, al rientro. All’atterraggio, chiamatelo un po’ come vi pare. L’altro giorno, per esempio, guidavo attraverso l’Italia, destinazione Bologna. E in macchina mi accorgevo, procedendo sull’asfalto, di stare proprio bene lì dentro, in compagnia di me stesso. Non so voi, ma credo che godere della compagnia di se stessi sia un grande passo verso la serenità. E’ un po’ come quella cosa della luna, lì, chi era?, Armstrong o vattelapesca, il piccolo passo per l’uomo e il grande passo per l’umanità eccetera eccetera, ecco, è la stessa cosa, non è che ci voglia questa grande scienza per stare da soli, uno da solo basta che ci sta, si mette lì e, niente, sta da solo, a fare quello che deve fare, il punto è: ci riuscite voi a stare bene come ci sto bene io, da solo? Secondo me no. Non che voglia farmi gli affari vostri, però imparare a stare bene con se stessi dovrebbe essere considerato un passaggio fondamentale della vita di tutti, come la pubertà, la vincita del primo scudetto, la prima mano infilata sotto l’elastico di una mutanda altrui, ecco, quindi sono sicuro che se voi sapete stare bene da soli, come io ci so stare, allora lo capite quanta importanza ha, questa cosa qui. Così adesso mi manco. Perché se c’è qualcuno che non può esserci quando siamo in compagnia di altri, questo qualcuno è rappresentato proprio da noi stessi. Per quanto riusciamo ad essere cristallini, sinceri, coerenti, non esiste l’essere umano in grado di rimanere perfettamente se stesso in compagnia di terze persone. Ipocrisia a parte, ovviamente. Ci vuole poco a dire, anche sottovoce, sussurrato nell’orecchio della persona amata, per esempio, ehi tesoro, questo sono io al 100%, mi sto dando a te con l’inevitabilità di un riflesso nello specchio. Stronzate. La verità sta da un’altra parte. Nessuno di noi è se stesso davanti a un’altra persona. Noi siamo noi, veramente noi, assai raramente. Un momento prima di addormentarci, per esempio. Quando siamo nel letto, da soli, e fuori sono le tre di notte e ci sono dei pensieri che non si possono nominare nella testa. E’ lì che siamo noi stessi, senza se e senza ma. Quando galleggiamo, ecco. Non è detto che si riesca ad essere noi stessi neppure quando siamo veramente da soli. Guidando, per esempio, verso Bologna, ogni volta che superavo una macchina, o che venivo superato io, mi veniva in mente, mi passava per il cervello, che stava arrivando qualcuno che poteva guardarmi, osservarmi, e questo stesso pensiero mi faceva cambiare posizione sul sedile, mi faceva desistere da qualsiasi velleità da mani nel naso, questo stesso pensiero minava definitivamente la mia capacità di essere davvero me stesso. Ci sono però dei momenti, anche durante un viaggio solitario in macchina, dei piccoli momenti in cui si può arrivare vicino ad essere se stessi in toto, senza dipendenze. Non so se ci avete mai fatto caso a quella specie di risucchio che si sente ogni volta che con la vostra piccola automobilina vi azzardate a superare quei giganteschi, biblici, camioncioni a cento ruote. Non so esattamente cosa succeda, ma credo sia una questione di spostamento d’aria o roba simile: quello che conta è che in quel frangente esatto a uno gli viene di stringere un po’ più forte il volante, tipo che le nocche gli si schiariscono tutte, perché sembra sempre che stia per succedere qualcosa di orribile, di catastrofico. Un incidente mortale e compagnia bella. E’ un istante. Non si riesce a quantificare. E’ un istante solo, in cui arriva questo risucchio e la macchina sembra sollevarsi da terra di mezzo millimetro e le ruote girare a vuoto per un millisecondo: quello è il risucchio di cui sto parlando ed è proprio in un momento come quello, secondo me, che se potessimo fotografarci, ecco, allora sì che potremmo dire di essere noi stessi senza interferenze. E’ difficile, questo intendo, difficilissimo, poter affermare di essere veramente noi stessi. Perciò, credo, ci risulta spesso e volentieri molto complicato avere a che fare con noi stessi. Perfino adesso, che è notte, e sono solo, in camera mia, dopo una bella giornata e una bellissima serata, a scrivere, se dicessi che sono da solo con me stesso, col vero me stesso, direi una puttanata. Io, ora che scrivo, è ai potenziali lettori che sto pensando. Quello che voglio, ora come ora, mentre scrivo, una parola dopo l’altra, è di fare la figura migliore possibile, di scrivere nella maniera più decente possibile, tenendo presente l’orario, la stanchezza e via dicendo. Perciò non sono me stesso. Sarò esattamente me stesso tra una ventina di minuti, quando starò per chiudere gli occhi e di voialtri non me ne fregherà un beneamatissimo cazzo. Tornando a bomba, comunque, adesso mi manco. Adesso che il “viaggio” è finito e sono tornato e non ho più tante occasioni per stare solo con me stesso, mi manca quel tizio lì, cioè io, perché ormai, durante le giornate, è diventato veramente difficile, se non impossibile, incontrare gente e situazioni che prendono e, niente, ti fanno venire voglia di stringere il volante un po’ più forte del necessario.
    November 17

    Leggendo qua e là...

    Fu un vero raccoglimento quegl'istanti rari che l'avara vita concede, di vera grande oggettività in cui si cessa finalmente di credersi e sentirsi vittima. In mezzo a quel verde rilevato tanto deliziosamente da quegli sprazzi di sole, seppi sorridere alla mia vita ed anche alla mia malattia. La donna vi ebbe un'importanza enorme. Magari a pezzi, i suoi piedini, la sua cintura, la sua bocca, riempirono i miei giorni. E rivedendo la mia vita e anche la mia malattia le amai, le intesi! Com'era stata più bella la mia vita che no quella dei cosiddetti sani, coloro che picchiavano e avrebbero voluto picchiare la loro donna ogni giorno salvo in certi momenti. Io, invece, ero stato accompagnato sempre dall'amore. Quando non avevo pensato alla mia donna, vi avevo pensato ancora per farmi perdonare che pensavo anche alle altre. Gli altri abbandonavano la donna delusi e disperando della vita. Da me la vita non fu mai privata del desiderio e l'illusione rinacque subito intera dopo ogni naufragio, nel sogno di membra, di voci, di atteggiamenti più perfetti.
    November 11

    L'(in)esistenza di Dio

    Io non sono credente. Recentemente mi è stata fatta notare la mia posizione assunta nei confronti di coloro che lo sono e il mio grado limitato di sopportazione che spesso sfoggio. Proviamo a dimostrare perché mi comporto in questo modo.
    «Affirmanti incumbit probatio»: già i latini sostenevano che «la prova tocca a chi afferma». L’onere della prova è dunque sulle spalle del credente. È lui che afferma l’esistenza di una o più divinità, e tocca quindi a lui dimostrarla. Il non credente afferma che esiste l’universo, il credente afferma che esiste l’universo e, in aggiunta, Dio. Bene, spiegare il perché di quell’aggiunta è suo compito. Un paragone può essere fatto con le cause in tribunale: se io accuso qualcuno di aver compiuto un delitto, sono io che devo portare le prove a sostegno di questa accusa, altrimenti sarò a mia volta denunciato per diffamazione; se valesse il
    contrario, tutti accuserebbero tutti e impererebbe il caos.
    Prima ancora, il credente deve anche spiegare quale particolare concetto di Dio sostiene, perché esistono decine di migliaia di concetti di divinità. Non solo non esiste il tempo materiale per confutarli tutti, ma lo stesso credente dovrebbe, per coerenza, a sua volta confutarli tutti tranne il suo.
    Del resto, se l’onere della prova non fosse a carico degli affermanti, costoro dovrebbero parimenti essere capaci di dimostrare  anche  l’inesistenza  di  tutti  gli  esseri  immaginari  concepiti  dalla  mente  umana (dall’unicorno ai vampiri a Nonna Papera), e la falsità di tutte le pretese più fantasiose degli stessi esseri
    umani (come chi sostiene che gli asini volino). È quindi interesse dei credenti farsi carico dell’onere della prova. Talvolta rispondono che l’incapacità di
    dimostrare che qualcosa non esiste non significa necessariamente che non esiste. Vero. Ma vale anche il contrario: se i credenti sono incapaci di dimostrare  che un dio esiste, potrebbe voler dire che probabilmente non esiste. Infine: se non esistono prove possono comunque esserci pesanti indizi. Se apro il frigo e non vi trovo alcuna giraffa, senz’altro non  ho alcuna prova che una giraffa non sia mai entrata nel frigo, ma ho sufficienti evidenze (le dimensioni della giraffa  rapportate al frigo, l’assenza di  impronte lasciate dalla giraffa) che mi portano a considerare valida tale tesi.
    Potrei ora elencare infinite dimostrazioni sostenute dai credenti e smontate ovviamente dall'evidenza e dal buon senso, ma siccome odio fare filosofia spicciola, chi ne volesse parlare mi contattasse pure.. per ora riporto solo una delle tante presunte dimostrazioni e la sua relativa smentita: i miracoli. Forse è l'esempio più banale, ma rende perfettamente l'idea di un modo di pensare non obiettivo che viene assunto dalla maggioranza della popolazione.
    I MIRACOLI
    LA  TESI.  I miracoli  possono  essere  considerati  prove  dell’esistenza  di Dio.  Per  i  cristiani,  i miracoli terreni di Gesù, figlio di Dio, sono una delle motivazioni per cui credono.
    LA REPLICA. Nessun miracolo  è mai  stato  verificato  e/o  ripetuto  in  condizioni  controllate, men  che meno  quelli  di  Gesù,  di  cui  non  esiste  alcuna  testimonianza  storica  di  chi  vi  avrebbe  assistito. Inoltre, come notò Hume, se nessuna  testimonianza umana può provare un miracolo, alla stessa stregua
    dovremmo rifiutare ogni testimonianza di chi sostiene di aver ricevuto una rivelazione divina direttamente da Dio.  Infine,  nel  caso  di Gesù  l’argomento  si  trasforma  in  un  circolo  vizioso:  se  i miracoli  devono essere la prova che Gesù era figlio di Dio, allora la tesi che Gesù era il figlio di Dio non può essere usata per provare i suoi miracoli.
    November 04

    Quando è morto mio nonno

    Quando ho saputo che era morto mio nonno la prima cosa che ho pensato è stato "Oh cazzo, chissà quanto dura un funerale." Dovete sapere che andare a messa, per me, è sempre stato uno strazio. E non credo di essere l'unico a pensarla così, tranne forse qualche giovane seminarista di belle speranze e qualche pia donna di chiesa convinta che leccare il culo al parroco serva a garantirti un posto di prima classe per il paradiso.
    La propaganda religiosa che ci viene sbattuta in faccia sin da piccoli è così solida e persistente che a suo confronto le infinite pubblicità della coca cola sembrano stronzate di poco conto. Dio e il suo figliol Gesù sono ovunque, non c'è scampo. Come si può sperare di sfuggire alla religione cattolica? Una religione che ha (apparentemente) una risposta per tutto?
    Ho il cancro. Morirò tra due mesi. Perché? Perché Dio ti vuole accanto a sé nel Regno dei Cieli.
    Hanno stuprato mia madre. Lei per lo shock non è più la stessa. Perché? Beata tua madre, perché gli oppressi erediteranno il Regno dei Cieli.
    Anche oggi nel mondo sono morte migliaia di persone a causa di guerre, carestie e malattie. Perché? Dio opera per vie misteriose.
    Mi si è bucata la ruota della macchina. Perché? Dio ti aveva avvertito di portarla a fare la revisione entro la fine del mese.
    Crescendo, la maggior parte delle persone si rende conto che la religione è spesso e volentieri una palla al piede. Questi individui continuano a dichiararsi cattolici, solo per togliersi dalle palle la gente che ci tiene a saperlo e per scacciare via i sensi di colpa ogni volta che viene tirato in ballo l'argomento fede.
    Uomo comune: Forse dovrei andare a messa questa domenica.
    Vocina interiore: hai intenzione di svegliarti alle otto di mattina di domenica solo per stare in piedi per un'ora ad ascoltare un vecchio che parla di cose dette e ridette migliaia di volte e alle quali comunque non presteresti attenzione?
    Uomo comune: ok ok mi avevi già convinto quando hai detto otto di mattina.
    Se è appurato il fatto che molte persone si discostano da Dio col passare del tempo, è altrettanto vero che queste persone ritornano precipitosamente tra le braccia della fede quando arriva il momento di affrontare una perdita grave in famiglia o un brutto avvenimento nella propria vita. Ad esempio la perdita di un genitore o di un figlio o il sopraggiungere di un cancro al cervello; tutti questi sono ottimi pretesti che spingono un uomo a riabbracciare la fede cristiana.
    Uomo: mio Signore, ti prego, accogli la tua amata figlia Elisa nel tuo regno di gloria, dove rimarrà per l'eternità tra gli angeli del paradiso.
    Dio: Toh, guarda un po' chi si vede.. dov'eri finito in questi ultimi anni, stronzo!
    Uomo: mio Signore, io...
    Dio: non fare il leccaculo ora!
    L'unica certezza che rimane a noi poveri mortali è quella di non poter conoscere in alcun modo quello che ci sarà dopo la morte.
    L'importante, comunque, è non cadere in buco: una morte da stronzo rimane sempre una morte da stronzo, anche in paradiso.
    November 02

    Le Retribuzioni Perverse dell’Universita’ Italiana

    di Roberto Perotti , Andrea Ichino , Giovanni Peri e Stefano Gagliarducci 27.06.2005

    Adesso leggete come stanno le cose...

    Contrariamente ad una interpretazione diffusa, un’ analisi corretta dei dati bibliometrici rivela che la qualità della produzione scientifica Italiana e’ modesta. Ma la leggenda secondo cui in media i docenti italiani siano poco produttivi perché poco pagati in media non ha fondamento. E’ vero però che il sistema italiano premia generosamente l’ anzianità, indipendentemente dalla produttività, generando incentivi perversi, allontanando i talenti, e lasciando poche risorse per i ricercatori giovani e più produttivi. Il contributo termina con una proposta di riforma a costo zero che modifichi profondamente il sistema di incentivi attuali.

    La "fuga dei cervelli" dall’Italia ha recentemente trovato spazio nelle prime pagine dei quotidiani ed è stata ampiamente confermata da numerose analisi statistiche. Tuttavia, ciò che forse dovrebbe fare riflettere maggiormente è che quasi nessun ricercatore straniero è attratto dal nostro paese. Nei corsi di Dottorato Italiani soltanto il 2% degli studenti proviene dall’estero e, in tutto, meno di 3,500 persone provenienti da altri paesi dell'Unione Europea lavorano nel settore scientifico-tecnologico in Italia. Nel Regno Unito (e risultati simili valgono per altri paesi europei) il 35% degli studenti nei corsi di Ph.D. sono stranieri e piu’ di 42,000 cittadini della U.E. (non Britannici) lavorano come ricercatori in quel paese.
    Il nostro obiettivo in questo contributo (che si basa su Gagliarducci, Ichino, Peri e Perotti, 2005) e’ di illustrare tre punti fondamentali. Primo, mostrare che – contrariamente ad una interpretazione diffusa - un’ analisi corretta dei dati bibliometrici rivela che la qualita’ della produzione scientifica Italiana e’ modesta. Secondo, discutere come l’attuale sistema di remunerazioni e carriere induca incentivi sbagliati e allontani i "talenti". Terzo, formulare una proposta di riforma a costo zero che modifichi profondamente il sistema di incentivi attuali.

    Produttivita’ Scientifica dei Ricercatori Italiani

    La prima e la seconda colonna della Tavola 1 mostrano il numero medio di pubblicazioni e di citazioni per ricercatore (nei settori di Scienza e Ingegneria) durante il periodo 1997-2001 (i dati sul numero dei ricercatori si riferiscono al 1999). L’Italia risulterebbe avere un rapporto "pubblicazioni / ricercatore" e "citazioni / ricercatore" tra i piu’ alti in assoluto (si vedano le colonne 1 e 2 della Tavola 1). Questi risultati, apparentemente incoraggianti, sono stati ampiamente citati nella stampa italiana, in particolare nella risposta del ministro Moratti ad un articolo di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 22 Novembre 2004. C’è tuttavia qualcosa di strano in questi dati: gli Stati Uniti appaiono agli ultimi posti di questa classifica – un risultato assai implausibile. Il mistero è facilmente svelato: la definizione di ricercatore include una varietà di figure professionali, ma le pubblicazioni scientifiche provengono per la maggior parte da una sola di queste figure: i ricercatori accademici. Essi sono una maggioranza nei paesi sud europei inclusa l’ Italia, ma sono una minoranza (e molto piccola negli Stati Uniti) in quasi tutti gli altri paesi. Quando al denominatore usiamo i ricercatori accademici l’Italia ha rapporti "pubblicazioni / ricercatore" (colonna 4) e "citazione / ricercatore" (colonna 5) ben inferiori agli USA, ma anche a Regno Unito, Olanda e Danimarca.
    Una misura della qualità, anziché della quantità, di pubblicazioni è data dal loro fattore di impatto, cioè dal numero di citazioni che essa riceve. La colonna 6 della Tabella 1 mostra il numero medio di citazioni per lavoro pubblicato nel periodo 1997-2001. L’Italia ha un valore simile alla Francia, e superiore solo a Spagna e Portogallo.

     

    Retribuzioni

    Il sistema retributivo italiano ha tre caratteristiche. Primo, la progressione retributiva dipende quasi esclusivamente dall’ anzianità di servizio: all'interno di ciascuna categoria di docenza (Ricercatore, Associato, Ordinario), la produttività è completamente irrilevante per la determinazione del salario. Le analisi di Daniele Checchi (1999) di Roberto Perotti (2002) mostrano chiaramente che il numero di pubblicazioni ha un’influenza marginale nelle decisioni di promozione di categoria. Secondo, il profilo temporale della progressione salariale è molto "ripido": si guadagna poco a inizio carriera, ma l’ anzianità viene remunerata molto bene. Consideriamo un giovane che diventi ricercatore a 25 anni, associato a 35 anni e ordinario a 45 anni: tra inizio e fine carriera il suo salario aumenta di un fattore pari a 5, sostanzialmente per effetto della sola anzianita’ (vedi Tabella 2).
    Terzo, per effetto di questa progressione, e contrariamente ad una credenza assai diffusa, un ordinario italiano con 35 annni di anzianità è ben pagato anche rispetto ai suoi colleghi statunitensi. Come si vede confrontando la Tabella 2 con la Tabella 3, egli riceve un salario superiore a quello dell’ 80 percento dei professori ordinari nelle migliori università statunitensi (quelle con un programma di PhD), e superiore a quello del 95 percento degli ordinari nelle università con al più un corso di master (la stragrande maggiornaza delle università americane).
    Il sistema retributivo dei docenti universitari negli Stati Uniti segue regole assai diverse. Il salario è negoziato individualmente, ed è quindi funzione delle opportunità di lavoro alternative, cioè, essenzialmente, dalla produttività di un professore. In conseguenza, a qualsiasi livello di anzianità la dispersione salariale è molto elevata (mentre in Italia è nulla). Ad esempio il rapporto tra i salario massimo (113,636 euro nelle piu’ prestigiose università con corsi di Ph.D.) e minimo (27,273 euro in un community college) di un assistant professor (ricercatore) è pari a circa 4.2. E un assistant professor di 25 anni molto produttivo e promettente può benissimo guadagnare ben più di un ordinario a fine carriera ma poco produttivo. D’altro canto, la progressione salariale in carriera è sempre ancorata alla produttività scientifica e non così accentuata come in Italia: a fine carriera un ottimo professore guadagna tra 1.5 e 2 volte il suo salario iniziale.
    Questa è esattamente la struttura salariale che ci si apetterebbe se il salario fosse usato come strumento per incentivare la produttività e per premiare gli anni di ricerca più produttivi, che tipicamente sono quelli da inizio fino a metà carriera.

    Proposte per una Riforma

    La causa principale dei problemi dell’ università italiana non è dunque la mancanza di fondi, bensì l’esistenza di meccanismi sbagliati di distribuzione delle risorse. Le nostre proposte sono quindi volte a modificare il sistema di incentivi in modo che, a parità di risorse, nell'accademia italiana venga premiata l'eccellenza scientifica secondo parametri condivisi dalla comunità internazionale. Il nostro lavoro "Lo Splendido Isolamento dell’ Università Italiana" discute queste proposte in maggiore dettaglio.

    1. Liberalizzare le retribuzioni del personale accademico.
    2. Liberalizzare le assunzioni: ogni università assume chi vuole e come vuole; di conseguenza, è abolito l'attuale sistema concorsuale.
    3. Liberalizzare i percorsi di carriera: ogni università promuove chi e come vuole.
    4. Liberalizzare completamente la didattica: ogni università è libera di organizzare i corsi come vuole e di offrire i titoli che preferisce.
    5. Liberalizzare le tasse universitarie: ogni università si appropria delle tasse pagate da i propri studenti.
    6. In alternativa alla proposta precedente, mantenere il controllo pubblico sulle tasse universitarie aumentandole però considerevolmente.
    7. Utilizzare i risparmi statali così ottenuti per istituire un sistema di vouchers, borse di studio e prestiti con restituzione graduata in base al reddito ottenuto dopo la laurea.
    8. Allocare ogni eventuale altro finanziamento statale alle università in modo fortemente selettivo sulla base di indicatori di produttività scientifica condivisi dalla comunità internazionale.
    9. Consentire l'accesso a finanziamenti privati senza limitazioni.
    10. Abolire il valore legale del titolo di studio.

    Tabella 1. La produttività e la qualità dei ricercatori italiani


    pubblicazioni / ricercatori tot

    citazioni / ricercatori tot

    Ricercatori accademici / ricercatori tot

    pubblicazioni / ricercatori accademici

    citazioni / ricercatori accademici

    impact factor medio

    impact factor standardizzato


    1

    2

    3

    4

    5

    6

    7

    USA

    1.00

    8.60

    0.15

    6.80

    58.33

    8.57

    1.48

    Germania

    1.25

    8.64

    0.26

    4.77

    32.98

    6.91

    1.33

    Regno Unito

    2.17

    15.86

    0.31

    6.99

    51.00

    7.30

    1.39

    Francia

    1.45

    9.43

    0.35

    4.09

    26.68

    6.52

    1.12

    Italia

    2.26

    14.81

    0.38

    5.88

    38.57

    6.56

    1.12

    Spagna

    1.68

    9.09

    0.55

    3.06

    16.54

    5.41

    .97

    Portogallo

    0.86

    3.99

    0.52

    1.65

    7.62

    4.62

    .82

    Danimarca

    1.96

    15.57

    0.30

    6.50

    51.56

    7.93

    1.48

    Olanda

    2.29

    18.79

    0.31

    7.41

    59.58

    8.20

    1.39

    Canada

    1.68

    11.79

    0.33

    5.04

    35.28

    7.00

    1.18

    Da Gagliarducci, Ichino, Peri e Perotti (2005).
    Definizioni: Colonna 6: impact factor: definito come numero totale di citazioni / numero totale di pubblicazioni, entrambe per il periodo 1997-2001;. Colonna 7: impact factor standardizzato, 2002; vedi testo per la definizione.
    Fonti: Pubblicazioni e citazioni: King (2004), dati riferiti agli anni 1997-2001; Impact factor standardizzato: King (2004), dati riferiti al 2002; Numero di ricercatori: OECD, Main Science and Technology Indicators database, dati 1999 (1998 per Regno Unito). Il numero di ricercatori è espresso in unità full time equivalent.

    Tabella 2. Distribuzione dei salari accademici in Italia

    Anzianità di servizio

    in anni

    Professore Ordinario

    a tempo pieno

    Professore Associato

    a tempo pieno

    Ricercatore

    a tempo pieno

    0 (non conf.)

    47631

    36053

    20225

    3

    50412

    37999

    29244

    5

    54207

    40684

    31150

    7

    56900

    42596

    32516

    9

    60696

    45280

    34422

    11

    63388

    47192

    35788

    13

    67184

    49876

    37694

    15

    70979

    52560

    39601

    17

    73968

    54683

    41117

    19

    76957

    56806

    42633

    21

    79946

    58928

    44149

    23

    82935

    61051

    45665

    25

    85924

    63174

    47181

    27

    88913

    65296

    48698

    29

    91902

    67419

    50214

    31

    94891

    69542

    51730

    33

    96735

    70851

    52665

    35

    98578

    72160

    53600

    37

    100421

    73469

    54535

    39

    102264

    74778

    55470

    Media

    77242

    57020

    42415

    Da Gagliarducci, Ichino, Peri e Perotti (2005).
    Nota: Dati aggiornati all'anno 2004. La tabella riporta il salario annuo in euro al lordo delle tasse per le tre categorie di docenti italiani al variare della anzianità di servizio, secondo la tabella elaborata dal CNU di Bari e pubblicata sul sito http://xoomer.virgilio.it/alpagli/. Poiché non disponiamo della distribuzione dei docenti italiani per anzianità, le retribuzioni medie nell'ultima riga sono calcolate ipotizzando una distribuzione uniforme.

    Tabella 3. Distribuzione dei salari accademici negli Stati Uniti


    Università con corsi undergraduate

    e corsi di dottorato

    Università con corsi undergraduate

    e corsi di master

    College senza corsi graduate

    Percentile

    Full

    Associate

    Assistant

    Full

    Associate

    Assistant

    Full

    Associate

    Assistant

    1

    49,091

    38,182

    30,909

    41,818

    34,545

    29,091

    36,364

    29,091

    27,273

    5

    56,364

    43,636

    36,364

    47,273

    40,000

    32,727

    41,818

    34,545

    32,727

    10

    68,969

    52,678

    44,994

    53,526

    44,728

    38,386

    42,749

    37,871

    32,906

    20

    73,139

    55,133

    46,742

    56,721

    47,005

    40,217

    47,956

    40,698

    35,404

    30

    77,091

    57,091

    48,378

    59,075

    48,733

    41,338

    51,109

    42,951

    37,047

    40

    79,738

    58,875

    50,493

    61,465

    50,515

    42,336

    53,589

    44,857

    38,552

    50

    83,820

    61,747

    51,825

    63,913

    51,879

    43,435

    56,944

    46,835

    39,592

    60

    89,466

    63,622

    54,266

    66,523

    53,535

    44,788

    59,843

    48,796

    40,931

    70

    94,616

    65,989

    55,896

    70,540

    55,623

    46,265

    63,037

    50,730

    42,147

    80

    98,730

    69,816

    58,476

    75,203

    58,567

    48,661

    67,198

    53,529

    44,383

    90

    108,003

    73,599

    63,804

    81,060

    63,645

    51,465

    78,941

    59,007

    48,832

    95

    119,212

    79,177

    65,953

    86,323

    66,372

    53,279

    86,854

    64,672

    51,373

    99

    195,455

    122,727

    113,636

    122,727

    92,727

    80,000

    122,727

    83,636

    69,091

    Media

    91,529

    62,400

    53,251

    69,193

    54,555

    45,417

    65,293

    50,392

    41,901

    Da Gagliarducci, Ichino, Peri e Perotti (2005).
    Nota: Dati riferiti all'anno accademico 2003-04. La tabella riporta i percentili in euro della distribuzione del salario annuo al lordo delle tasse per i Full Professor, gli Associate Professor e gli Assistant Professor in tre categorie di università degli Stati Uniti. La fonte è il rapporto della AAUP (2004), in particolare le Tabelle 4, 8 e 9a. I dati si riferiscono a 1446 università per un totale di 1775 campus. Per la conversione della valuta abbiamo utilizzato il tasso di cambio corretto per Purchasing Power Parity pari a 1.11 dollari per euro.

     

    Bibliografia:

    Checchi, D., 1999, Tenure. An Appraisal of a National Selection Process for Associate Professorship, Giornale degli Economisti ed Annali di Economia, 58 (2), 137-181.

    Gagliarducci S., A. Ichino , G.Peri e R. Perotti (2005) "Lo Splendido Isolamento dell’ Universita’ Italiana" Working Paper, Fondazione Rodolfo De Benedetti, Milano, www.igier.uni-bocconi.it/perotti.

    Kalaitzidakis P., Stengos T. e Mamuneas T.P., 2003, Rankings of Academic Journals and Institutions in Economics, Journal of the European Economic Association, 1 (6), 1346-1366. Perotti, R., 2002, The Italian University System: Rules vs. Incentives, www.igier.uni-bocconi.it/perotti