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    January 18

    Normalità

    Oggi tornando a casa ho riflettuto sul significato di "normale". Non so cosa intenda la gente per "normale". Il dizionario della lingua italiana De Mauro ne dà la seguente definizione: conforme alla norma rispetto a parametri determinati. In matematica e fisica quando si parla di normale riferito ad una qualsiasi quantità significa che non si discosta più di un determinato intervallo dal valore medio. Questo è quello che io intendo per normale e come vedete non c'è nessun connotato dispregiativo legato ad esso e tanto meno a tutto ciò che è anormale. Spinto dalla curiosità mi sono messo alla ricerca della normalità e ho trovato un po di cose interessanti che riporto qui insieme ad alcuni miei commenti.

    "I nani e i giganti non sono normali perché si discostano molto dalla media statura. Alcuni si accettano, altri no, comunque tutti i troppo alti o i troppo bassi portano con sé un sentimento di anormalità. Così accade per ogni caratteristica che significativamente dista dalla media. Se per gli aspetti fisici è relativamente semplice definire le qualità medie e quindi normali (è sufficiente un po' di statistica), più complessa diventa la questione quando si tratta di aspetti comportamentali e mentali. Se, per esempio, mi vesto in modo stravagante non sono normale, in quanto non rispetto certi usi convenzionali della società a cui appartengo. E' noto che usi e costumi cambiano col tempo e con la geografia, quindi appare sensato parlare di convenzioni mutevoli. Ma la convenzione da dove arriva?
    Qui si apre un dibattito che potrebbe vedere due contrapposte fazioni. La prima parla di leggi, innate o date da qualche Ente al di fuori di noi. La seconda, che condivido [e che condivido anche io], parla di acquisizione storica all'interno di ogni gruppo sociale: le abitudini, i prodotti umani delle nostre attività, le pratiche e i riti creano una ragnatela di norme che noi diamo per certe, "normali". Quando queste abitudini sono ormai consolidate e riconosciute dalla quasi totalità di persone, allora esse diventano scontate e vengono agite automaticamente, senza metterle in discussione. Si parla di "giochi linguistici" per indicare una serie di convenzioni che, all'interno di un certo contesto, permettono la reciproca comprensione. Ma non esiste un solo gioco, bensì infiniti: ogni gruppo, società, epoca storica ha i suoi. Quando dico la parola "tavolo", subito qualsiasi interlocutore sa di cosa sto parlando, ha un suo concetto di un oggetto che è molto simile al mio. Se per caso l'interlocutore non mi capisce attribuisco a lui una anormalità, ovvero una non appartenenza al mio gruppo di riferimento (potrebbe essere un bambino che non ha ancora acquisito il linguaggio, o uno straniero che non capisce l'italiano, o uno fuori di testa). La normalità è quindi un adeguamento a certe norme che fanno assumere significato a tutto quello che è esterno a noi. Senza un gioco linguistico condiviso ciascuno di noi sarebbe autistico.
    Possiamo dunque concludere che la stragrande maggioranza di noi è normale, per certi versi banale: le coordinate di vita che ci permettono di procedere sono pressappoco uguali per tutti, con buona pace di chi si sente fuori dal gregge.
    Eppure legata alla parola normalità spesso c'è sofferenza.
    Soffre chi si sente troppo normale e chi si sente anormale. Nel primo caso c'è l'incubo del grigiore, della banalità, della mancanza di una vita piena di effetti speciali (vissuti da altri lontano dalla propria vita [io mi vedo in questa categoria]). Nel secondo caso c'è la solitudine di colui che non si sente riconosciuto in un gruppo.
    Il senso di appartenenza è fondamentale e per essere accettato ciascuno di noi sacrifica una parte di sé a delle regole esterne. Questo meccanismo è alla base della costituzione del "falso sé". Un bambino che non si sente compreso tende a nascondere le sue vere caratteristiche per adeguarsi alle aspettative dei genitori. In tal modo sarà accettato e svilupperà un senso di appartenenza, ma sacrificherà la parte più genuina di se stesso.
    Questo atteggiamento si riproporrà nel corso della vita, in forme più o meno gravi. Tale tematica assai nota fa luce sui vari sentimenti di divisione che spesso accompagnano molte vite.
    Alla parola normalità è associato spesso un certo disprezzo. Ciascuno, sentendosi unico, si riconosce tutt'altro che normale. Quindi la paura del gregge determina formazioni reattive di ribellione per distinguersi. Ciascuno di noi individua una o più categorie di persone ritenute "normali" in senso spregiativo, il che ci illude che le nostre vite siano speciali. Anche la persona più grigia e banale avrà in cuor suo un'immagine di qualcuno che è più normale di lei.
    Nella nostra società massificata, quindi, diventa ormai un atto di merito atteggiarsi da anormali, contrastando con i propri atteggiamenti le regole d'uso comune. C'è quasi una rincorsa a fare gli strani, senza accorgersi che poi si finisce in un altro contesto usuale che attua un gioco linguistico dove la propria stranezza diventa normalità.
    Detto questo, è importante riconoscere che nessuna convenzione, per quanto utile e inevitabile, potrà classificare una singola vita. L'uomo medio non esiste, ma è solo un gioco statistico per cercare di dare sicurezza all'esistenza. La regolarità e la forma sedano l'angoscia proveniente dal caos. Le classificazioni psichiatriche delle varie malattie mentali hanno, tra le altre cose, la funzione di salvaguardare un senso di normalità al quale ci si aggrappa nel momento in cui si può descrivere la malattia. Dunque ciascuno di noi è normale in quanto condivide un sistema di riferimento, anche inconsciamente, ma è anche singolare, ovvero anormale, per le peculiarità che lo caratterizzano.
    Spesso questa discrepanza causa malessere profondo in chi si trova diviso tra diverse parti di sé contrastanti.
    E' salutare portare alla luce, far vivere la propria essenza, ovvero ciò che si è veramente, senza compromessi di comodo per essere ben accetti [questo l'ho messo in grassetto perché è la sintesi di ciò che penso]. Al contempo non ha senso assumere atteggiamenti superbi o presuntuosi per la propria diversità, in quanto in tal modo ci sarebbe una normalità da combattere, un nemico da affrontare; e il sentirsi anormali comporta sempre un sentimento di esclusione, e quindi di sofferenza.
    L'unica soluzione mi pare sia quella di riconoscersi assolutamente normali, qualunque cosa si faccia. Questo non è un inno alla psicosi: se i nostri comportamenti diventassero davvero psicotici, non troveremmo interlocutori che entrano in empatia con noi e avremmo un senso di estraniamento dal mondo quotidiano, con conseguente sofferenza.
    Un esempio può forse essere di aiuto. L'omosessualità è l'anormalità per eccellenza. Se una persona omosessuale spera nella normalità sociale avrà una vita di frustrazione, in quanto, a tutt'oggi, la nostra società è basata sulla coppia eterosessuale. Tale persona sarà destinata a vivere nell'ombra.
    L'altra possibilità è quella di assumere un atteggiamento di superbia e arroganza, per contrastare la normalità atteggiandosi a diversi che sbandierano il loro essere.
    In questo caso c'è comunque un senso di non completa accettazione di se stessi, perché una propria caratteristica diventa la ragione della propria vita (e la vita non si esaurisce nella sessualità e affettività).
    Un'altra possibilità, difficile da seguire ma sempre più frequentata, consiste nel sentirsi assolutamente normali, quasi banali"

    January 16

    Adenoidi

    È stato mio padre a insegnarmi i fatti della vita. Avevo circa cinque anni. Un giorno gli chiedo: «Papà, come nascono i bambini?». Lui posa il giornale, mi prende sulle sue ginocchia e mi dà la spiegazione scientifica. Mi dice: «Daniele, hai presente quei sospiri e quei gemiti che certe notti senti venire dalla nostra camera? Beh, è ora che tu sappia di cosa si tratta. Sono io che sto strangolando tua madre».

    Sono sempre stato imbranato, con le ragazze. Se una mi piaceva molto, per me era zyklon B time. Invidiavo Oscar Sancisi, un ragazzo che abitava di fronte a casa mia ed era in classe con me alle medie. Lui ci sapeva veramente fare, con le donne. Un bel giorno gli faccio:

    «Senti, Oscar, me lo devi dire: qual è il trucco, come fai?»

    E lui: «Guarda Daniele che con le ragazze è molto semplice. Quando ne vedo una che mi piace, mi avvicino, la guardo intensamente e le dico:

        Ti ha mai detto nessuno
    che la voce dei tuoi occhi
    è più profonda
    di tutte le rose?»

    «E quella ci sta?»

    «Sempre.»

    Così, quando il giorno dopo vedevo passare la bambina che stavo segretamente pedinando da un mese, mi facevo forza, mi avvicinavo e le dicevo:

    «Ciao.

    Ti ha mai detto nessuno che hai due occhi?»

    Ma con me non funzionava.

    Arrivato al liceo cambiai tattica. Telefonavo direttamente a casa. «Ciao, sei tu, Eleonora? Non so se ti ricordi di me. Ero alla festa sabato sera. Hai presente quel ragazzo con la camicia blu col quale a un certo punto ti sei messa a parlare, e poi l'hai portato nell'angolo e l'hai baciato appassionatamente per tre lunghissimi minuti? Sì? Ecco, Eleonora: io ti stavo guardando.»

    [...]

    Ma ho scoperto anche che mi fanno una paura tremenda. Per cui finalmente ho capito qual è la mia amante ideale. Una ninfomane svenuta. Quella che si è sempre avvicinata di più a questo mio ideale è stata Wanda. Wanda Vaporub.

    [...]

    La portai in albergo per il gran finale. Dio, come la desideravo! Mi produssi in una performance sessuale che infranse simultaneamente i Dieci Comandamenti, la Costituzione italiana, il Codice della Strada e una mia personale promessa a Osiride, il dio egiziano della fertilità che venero in gran segreto da millenni. Non fu difficile. Certo, affittare quel cammello mi costò un occhio della testa.

    Col tempo me ne innamorai. Wanda non era bellissima. Era una ragazza normale, come per fortuna ce ne sono tante altre. Una ragazza con la pelle grassa. Piena di brufoli. Ma molto colta. Coltissima. Quando esplodevano, i suoi brufoli facevano: proust!

    Aveva una cultura sterminata che mi metteva soggezione. Fu lei a rivelarmi che Joyce non era una scrittrice. E soprattutto che Kierkegaard non è il comandante dell'astronave Enterprise.

    Star Trek. È una delle poche cose che riesco a guardare in tv. Il resto è robaccia. Guardo solo Star Trek, film pornografici e Sorgente di Vita.